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DOMANDA

RISPOSTA

Chi è soggetto al fallimento?

L’art. 1 della Legge fallimentare, così come recentemente modificata, descrive le imprese soggette al fallimento e al concordato preventivo. La norma testualmente recita:
Sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori che esercitano un'attività commerciale, esclusi gli enti pubblici ed i piccoli imprenditori.
Ai fini del primo comma, non sono piccoli imprenditori gli esercenti un'attività commerciale in forma individuale o collettiva che, anche alternativamente:

  1. hanno effettuato investimenti nell'azienda per un capitale di valore superiore a euro trecentomila;
  2. hanno realizzato, in qualunque modo risulti, ricavi lordi calcolati sulla media degli ultimi tre anni o dall'inizio dell'attività se di durata inferiore, per un ammontare complessivo annuo superiore a euro duecentomila.

I limiti di cui alle lettere a) e b) del secondo comma possono essere aggiornati ogni tre anni, con decreto del Ministro della giustizia, sulla base della media delle variazioni degli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati intervenute nel periodo di riferimento”.

È inoltre previsto, all’articolo 15, comma 9, che “Non si fa luogo alla dichiarazione di fallimento se l'ammontare dei debiti scaduti e non pagati risultanti dagli atti dell'istruttoria prefallimentare è complessivamente inferiore a euro venticinquemila.
Tale importo e' periodicamente aggiornato con le modalità di cui al terzo comma dell'articolo 1”.

Tale ultimo importo rappresenta, pertanto, un limite entro il quale nessun tipo di impresa, in qualunque modo organizzata, può essere assoggettata a procedura fallimentare

Chi sono i soggetti legittimati a richiedere il fallimento?

La dichiarazione di fallimento può essere promossa (art. 6 L.F.):

§                 su ricorso di uno o più creditori

§                 su richiesta dello stesso debitore in stato di insolvenza

§                 su istanza del Pubblico Ministero quando ravvisi e provi un interesse generale di tutti i creditori

Competente a decidere sulla richiesta di fallimento è il tribunale del luogo ove l'imprenditore ha la sede principale dell'impresa (art. 9 L.F.).

Quali sono i presupposti per richiedere il fallimento di un'impresa?

Per richiedere il fallimento di un'impresa devono sussistere due condizioni:

§                 la natura di imprenditore commerciale (privato e non piccolo imprenditore) del debitore (presupposto soggettivo)

§                 lo stato di insolvenza dello stesso debitore (presupposto oggettivo)

Accanto a questi presupposti, che possono definirsi positivi, ne esistono altri di carattere negativo, quali:

§                 che l'imprenditore commerciale non sia già soggetto ad una procedura di liquidazione coatta amministrativa

§                 che l'imprenditore non abbia fatto domanda di concordato preventivo o di amministrazione controllata

§                 che non sussistano i presupposti per assoggettare l'impresa alla procedura di amministrazione straordinaria

È possibile opporsi alla richiesta di fallimento?

A seguito della presentazione del ricorso per la dichiarazione di fallimento viene dato inizio, da parte del tribunale, ad un procedimento definito di istruttoria prefallimentare, nel quale vengono analizzati i presupposti in base ai quali è stata presentato il ricorso e le eventuali opposizioni. La procedura è analiticamente descritta all’interno dell’art. 15 Legge Fallimentare:

  1. Il procedimento per la dichiarazione di fallimento si svolge dinanzi al tribunale in composizione collegiale con le modalità dei procedimenti in camera di consiglio.
  2. Il tribunale convoca, con decreto apposto in calce al ricorso, il debitore ed i creditori istanti per il fallimento; nel procedimento interviene il pubblico ministero che ha assunto l’iniziativa per la dichiarazione di fallimento.
  3. Il decreto di convocazione è sottoscritto dal presidente del tribunale o dal giudice relatore se vi è delega alla trattazione del procedimento ai sensi del quinto comma. Tra la data della notificazione, a cura di parte, del decreto di convocazione e del ricorso, e quella dell’udienza deve intercorrere un termine non inferiore a quindici giorni liberi.
  4. Il decreto contiene l’indicazione che il procedimento è volto all’accertamento dei presupposti per la dichiarazione di fallimento e fissa un termine non inferiore a sette giorni prima dell’udienza per la presentazione di memorie ed il deposito di documenti e relazioni tecniche. In ogni caso, il tribunale dispone, con gli accertamenti necessari, che l’imprenditore depositi una situazione patrimoniale, economica e finanziaria aggiornata.
  5. I termini di cui al terzo e quarto comma possono essere abbreviati dal presidente del tribunale, con decreto motivato, se ricorrono particolari ragioni di urgenza.
  6. Il tribunale può delegare al giudice relatore l’audizione delle parti. In tal caso, il giudice delegato provvede, senza indugio e nel rispetto del contraddittorio, all’ammissione ed all’espletamento dei mezzi istruttori richiesti dalle parti o disposti d’ufficio.
  7. Le parti possono nominare consulenti tecnici.
  8. Il tribunale, ad istanza di parte, può emettere i provvedimenti cautelari o conservativi a tutela del patrimonio o dell’impresa oggetto del provvedimento, che hanno efficacia limitata alla durata del procedimento e vengono confermati o revocati dalla sentenza che dichiara il fallimento, ovvero revocati con il decreto che rigetta l’istanza.
  9. Non si fa luogo alla dichiarazione di fallimento se l’ammontare dei debiti scaduti e non pagati risultanti dagli atti dell’istruttoria prefallimentare è complessivamente inferiore a euro venticinquemila. Tale importo è periodicamente aggiornato con le modalità di cui al terzo comma dell’articolo 1.
Quali sono gli effetti della dichiarazione di fallimento?

Quali sono gli effetti della dichiarazione di fallimento per il fallito?

La sentenza che dichiara il fallimento produce una serie di effetti di natura privata, processuale e penale, tanto nei confronti del fallito, quanto riguardo ai creditori e ai terzi.

I. NEI CONFRONTI DEL FALLITO

Gli effetti per il fallito sono disciplinati dagli artt. 42-49 della legge fallimentare, così come modificata dalla novella del 2006.

Sostanzialmente, il fallito viene privato, a far data dalla dichiarazione di fallimento, della disponibilità e dell’amministrazione dei suoi beni, anteriori al fallimento e quelli che dovessero provenirgli durante la procedura.

A norma dell’art. 46 non sono compresi nel fallimento:

  1. i beni ed i diritti di natura strettamente personale;
  2. gli assegni aventi carattere alimentare, gli stipendi, pensioni, salari e ciò che il fallito guadagna con la sua attività entro i limiti di quanto occorre per il mantenimento suo e della famiglia;
  3. i frutti derivanti dall'usufrutto legale sui beni dei figli, i beni costituiti in fondo patrimoniale e i frutti di essi, salvo quanto è disposto dall'articolo 170 del codice civile;
  4. le cose che non possono essere pignorate per disposizione di legge.

I limiti previsti nel primo comma, n. 2), sono fissati con decreto motivato del giudice delegato che deve tener conto della condizione personale del fallito e di quella della sua famiglia.

L’art. 44 dispone che tutti gli atti compiuti dal fallito e i pagamenti da lui eseguiti dopo la dichiarazione di fallimento sono inefficaci rispetto ai creditori.

Sono egualmente inefficaci i pagamenti ricevuti dal fallito dopo la sentenza dichiarativa di fallimento.

Fermo quanto previsto dall'articolo 42, secondo comma, sono acquisite al fallimento tutte le utilità che il fallito consegue nel corso della procedura per effetto degli atti di cui al primo e secondo comma.

A norma dell’art. 48 l'imprenditore del quale sia stato dichiarato il fallimento, nonché gli amministratori o i liquidatori di società o enti soggetti alla procedura di fallimento sono tenuti a consegnare al curatore la propria corrispondenza di ogni genere, inclusa quella elettronica, riguardante i rapporti compresi nel fallimento.

L’art. 49 dispone che l'imprenditore del quale sia stato dichiarato il fallimento, nonché gli amministratori o i liquidatori di società o enti soggetti alla procedura di fallimento sono tenuti a comunicare al curatore ogni cambiamento della propria residenza o del proprio domicilio.

Se occorrono informazioni o chiarimenti ai fini della gestione della procedura, i soggetti di cui al primo comma devono presentarsi personalmente al giudice delegato, al curatore o al comitato dei creditori.

In caso di legittimo impedimento o di altro giustificato motivo, il giudice può autorizzare l'imprenditore o il legale rappresentante della società o enti soggetti alla procedura di fallimento a comparire per mezzo di mandatario.

È importante notare che nelle controversie, anche in corso, relative a rapporti di diritto patrimoniale del fallito compresi nel fallimento sta in giudizio il curatore. Il fallito può intervenire nel giudizio solo per le questioni dalle quali può dipendere un'imputazione di bancarotta a suo carico o se l'intervento è previsto dalla legge. L'apertura del fallimento determina l'interruzione del processo.(Art. 43 L.F.)

II. NEI CONFRONTI DEI CREDITORI

§                 Il fallimento apre il concorso dei creditori

§                 I debiti pecuniari e non pecuniari del fallito si considerano scaduti, agli effetti del concorso, alla data di dichiarazione del fallimento

§                 Le somme spettanti ai creditori condizionati vengono accantonate

§                 La dichiarazione di fallimento sospende il corso degli interessi convenzionali o legali per gli effetti del fallimento

§                 I crediti infruttiferi subiscono una decurtazione qualora il riparto avvenga prima della loro scadenza

§                 Sono precluse le azioni individuali dei creditori sui beni del fallito (art. 51 L.F.)

III. NEI CONFRONTI DEI TERZI (v. revocatoria fallimentare)

§                 Gli atti a titolo oneroso (nonché i pagamenti e le garanzie) compiuti dal fallito nei due anni antecedenti alla dichiarazione di fallimento e che presentino delle irregolarità (ad es. la vendita di un bene ad un prezzo sensibilmente inferiore al valore di mercato) sono dichiarati inefficaci e revocati

§                 Gli atti a titolo oneroso (nonché i pagamenti e le garanzie) compiuti dal fallito nell'anno antecedente alla dichiarazione di fallimento che non presentino delle irregolarità, quando il curatore provi che l'altra parte era a conoscenza dello stato di insolvenza, sono dichiarati inefficaci e revocati

§                 Gli atti che non rientrano nelle categorie precedenti possono essere revocati con l'azione ordinaria di cui all'art. 2901 c.c.

Quali sono le funzioni del curatore fallimentare?

Nell'ambito di una procedura fallimentare, il curatore svolge una pluralità di compiti ad esso assegnati dalla legge.

In tal senso, l’art. 31 comma 1 L.F. dispone che “il curatore ha l’amministrazione del patrimonio fallimentare e compie tutte le operazioni della procedura sotto la vigilanza del giudice delegato e del comitato dei creditori, nell’ambito delle funzioni ad esso attribuite”.

A seguito della propria nomina, a norma dell’art. 33 L.F.:

  1. Il curatore, entro sessanta giorni dalla dichiarazione di fallimento, deve presentare al giudice delegato una relazione particolareggiata sulle cause e circostanze del fallimento, sulla diligenza spiegata dal fallito nell’esercizio dell’impresa, sulla responsabilità del fallito o di altri e su quanto può interessare anche ai fini dell’istruttoria penale.
  2. Il curatore deve inoltre indicare gli atti del fallito già impugnati dai creditori, nonché quelli che egli intende impugnare. Il giudice delegato può chiedere al curatore una relazione sommaria anche prima del termine suddetto.
  3. Se si tratta di società, la relazione deve esporre i fatti accertati e le informazioni raccolte sulla responsabilità degli amministratori e degli organi di controllo, dei soci e, eventualmente, di estranei alla società.
  4. Il giudice delegato ordina il deposito della relazione in cancelleria, disponendo la segretazione delle parti relative alla responsabilità penale del fallito e di terzi ed alle azioni che il curatore intende proporre qualora possano comportare l’adozione di provvedimenti cautelari, nonché alle circostanze estranee agli interessi della procedura e che investano la sfera personale del fallito. Copia della relazione, nel suo testo integrale, è trasmessa al pubblico ministero.
  5. Il curatore, ogni sei mesi successivi alla presentazione della relazione di cui al primo comma, redige altresì un rapporto riepilogativo delle attività svolte, con indicazione di tutte le informazioni raccolte dopo la prima relazione, accompagnato dal conto della sua gestione. Copia del rapporto è trasmessa al comitato dei creditori, unitamente agli estratti conto dei depositi postali o bancari relativi al periodo. Il comitato dei creditori o ciascuno dei suoi componenti possono formulare osservazioni scritte. Altra copia del rapporto è trasmessa, assieme alle eventuali osservazioni, per via telematica all’ufficio del registro delle imprese, nei quindici giorni successivi alla scadenza del termine per il deposito delle osservazioni nella cancelleria del tribunale.

Inoltre, in ottemperanza all’art. 34 L.F.:

  1. Le somme riscosse a qualunque titolo dal curatore sono depositate entro il termine massimo di dieci giorni dalla corresponsione sul conto corrente intestato alla procedura fallimentare aperto presso un ufficio postale o presso una banca scelti dal curatore.
  2. La mancata costituzione del deposito nel termine prescritto è valutata dal tribunale ai fini della revoca del curatore.
  3. Se è prevedibile che le somme disponibili non possano essere immediatamente destinate ai creditori, su richiesta del curatore e previa approvazione del comitato dei creditori, il giudice delegato può ordinare che le disponibilità liquide siano impiegate nell’acquisto di titoli emessi dallo Stato.
  4. Il prelievo delle somme è eseguito su copia conforme del mandato di pagamento del giudice delegato”.

Per l’art. 36 L.F.:

  1. Le riduzioni di crediti, le transazioni, i compromessi, le rinunzie alle liti, le ricognizioni di diritti di terzi, la cancellazione di ipoteche, la restituzione di pegni, lo svincolo delle cauzioni, l’accettazione di eredità e donazioni e gli atti di straordinaria amministrazione sono effettuate dal curatore, previa autorizzazione del comitato dei creditori.
  2. Se gli atti suddetti sono di valore superiore a cinquantamila euro e in ogni caso per le transazioni, il curatore ne informa previamente il giudice delegato, salvo che gli stessi siano già stati approvati dal medesimo ai sensi dell’articolo 104-ter.
  3. Il limite di cui al secondo comma può essere adeguato con decreto del Ministro della giustizia.

Per quanto riguarda le responsabilità del curatore (art. 38 L.F.):

  1. curatore adempie ai doveri del proprio ufficio, imposti dalla legge o derivanti dal piano di liquidazione approvato, con la diligenza richiesta dalla natura dell’incarico. Egli deve tenere un registro preventivamente vidimato da almeno un componente del comitato dei creditori, e annotarvi giorno per giorno le operazioni relative alla sua amministrazione.
  2. Durante il fallimento l’azione di responsabilità contro il curatore revocato è proposta dal nuovo curatore, previa autorizzazione del giudice delegato, ovvero del comitato dei creditori.
  3. Il curatore che cessa dal suo ufficio, anche durante il fallimento, deve rendere il conto della gestione a norma dell’articolo 116.
 Il fallito può continuare l'impresa?

L’art. 104 L.F. in merito dispone che “Con la sentenza dichiarativa del fallimento, il tribunale può disporre l'esercizio provvisorio dell'impresa, anche limitatamente a specifici rami dell'azienda, se dalla interruzione può derivare un danno grave, purché non arrechi pregiudizio ai creditori".

Successivamente, su proposta del curatore, il giudice delegato, previo parere favorevole del comitato dei creditori, autorizza, con decreto motivato, la continuazione temporanea dell'esercizio dell'impresa, anche limitatamente a specifici rami dell'azienda, fissandone la durata.

Durante il periodo di esercizio provvisorio, il comitato dei creditori è convocato dal curatore, almeno ogni tre mesi, per essere informato sull'andamento della gestione e per pronunciarsi sull'opportunità di continuare l'esercizio.

Se il comitato dei creditori non ravvisa l'opportunità di continuare l'esercizio provvisorio, il giudice delegato ne ordina la cessazione.

Ogni semestre, o comunque alla conclusione del periodo di esercizio provvisorio, il curatore deve presentare un rendiconto dell'attività mediante deposito in cancelleria. In ogni caso il curatore informa senza indugio il giudice delegato e il comitato dei creditori di circostanze sopravvenute che possono influire sulla prosecuzione dell'esercizio provvisorio.

Il tribunale può ordinare la cessazione dell'esercizio provvisorio in qualsiasi momento laddove ne ravvisi l'opportunità, con decreto in camera di consiglio non soggetto a reclamo sentiti il curatore ed il comitato dei creditori.

Durante l'esercizio provvisorio i contratti pendenti proseguono, salvo che il curatore non intenda sospenderne l'esecuzione o scioglierli.

I crediti sorti nel corso dell'esercizio provvisorio sono soddisfatti in prededuzione.

  Cos'è la liquidazione coatta amministrativa?

L’istituto della liquidazione Coatta Amministrativa, disciplinato dagli artt. 194-215 L.F., nonché da numerose leggi speciali, è previsto per particolari categorie di imprese (banche, imprese assicurative, consorzi obbligatori, società di revisione e fiduciarie, S.I.M. ecc.), per gli interessi che soddisfano, o perché partecipate dallo Stato. I presupposti per l’applicazione di tale procedura sono vari, individuati dalla Legge Fallimentare e dalle leggi speciali. Anche la liquidazione stessa delle imprese avviene, non da parte dell’autorità giudiziaria, ma di quella amministrativa.

 Cos'è l'amministrazione straordinaria?

L’istituto della liquidazione Coatta Amministrativa, disciplinato dagli artt. 194-215 L.F., nonché da numerose leggi speciali, è previsto per particolari categorie di imprese (banche, imprese assicurative, consorzi obbligatori, società di revisione e fiduciarie, S.I.M. ecc.), per gli interessi che soddisfano, o perché partecipate dallo Stato. I presupposti per l’applicazione di tale procedura sono vari, individuati dalla Legge Fallimentare e dalle leggi speciali. Anche la liquidazione stessa delle imprese avviene, non da parte dell’autorità giudiziaria, ma di quella amministrativa.

Quali sono i reati del fallito?

Per reati concorsuali, disciplinati dagli artt. 216-237 L.F., si intendono tutti quei fatti costituenti illecito penale che il fallito o terzi possono commettere in pendenza di una procedura concorsuale.

L'esistenza di una procedura concorsuale è elemento caratteristico ed essenziale di questi tipi di reati. Infatti, venuta meno per qualsivoglia motivo l’esistenza della procedura stessa, automaticamente vengono meno anche le ipotesi delittuose.

Fra i principali reati concorsuali si possono menzionare:

  1. La bancarotta semplice (art. 217 L.F.):
    È punito con la reclusione da sei mesi a due anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che:

    1. ha fatto spese personali o per la famiglia eccessive rispetto alla sua condizione economica;

    2. ha consumato una notevole parte del suo patrimonio in operazioni di pura sorte o manifestamente imprudenti;

    3. ha compiuto operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento;

    4. ha aggravato il proprio dissesto, astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento o con altra grave colpa;

    5. non ha soddisfatto le obbligazioni assunte in un precedente concordato preventivo o fallimentare.

La stessa pena si applica al fallito che, durante i tre anni antecedenti alla dichiarazione di fallimento ovvero dall’inizio dell’impresa, se questa ha avuto una minore durata, non ha tenuto i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge o li ha tenuti in maniera irregolare o incompleta.

Salve le altre pene accessorie di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna importa l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a due anni.

  1. La bancarotta fraudolenta (art. 216 L.F.):
    È punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che:

    1. ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti;

    2. ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.

    3. La stessa pena si applica all’imprenditore, dichiarato fallito, che, durante la procedura fallimentare, commette alcuno dei fatti preveduti dal n. 1 del comma precedente ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili.

    4. È punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione.

    5. Salve le altre pene accessorie, di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna per uno dei fatti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa.

  2. Il ricorso abusivo al credito, disciplinato dall’art. 218 L.F., per il quale:Salvo che il fatto costituisca un reato più grave, è punito con la reclusione fino a due anni l’imprenditore esercente un’attività commerciale che, ricorre o continua a ricorrere al credito, dissimulando il proprio dissesto.
    Salve le altre pene accessorie di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna importa l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a tre anni
    ”.

  3. Denuncia di creditori inesistenti e altre inosservanze da parte del fallito (art. 220 L.F.): in tal caso: "È punito con la reclusione da sei a diciotto mesi il fallito, il quale, fuori dei casi preveduti all’articolo 216, nell’elenco nominativo dei suoi creditori denuncia creditori inesistenti od omette di dichiarare l’esistenza di altri beni da comprendere nell’inventario, ovvero non osserva gli obblighi imposti dagli articoli 16, nn. 3 e 49.
    Se il fatto è avvenuto per colpa, si applica la reclusione fino ad un anno
    ".

I reati concorsuali, come sopra accennato, possono essere commessi anche da persone diverse dal fallito, e precisamente da:

§                 Curatore (artt. 228, 229 e 230 L.F.);

§                 Amministratori, direttori generali, sindaci, liquidatori di società dichiarate fallite (artt. 223-226 L.F.);

§                 Institori (art. 227 L.F.);

§                 Creditori (artt. 232, 233 L.F.).

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